LINGUA E CANZONE - UN BINOMIO POPOLARE


Se l’italiano è diventato una lingua parlata da tutti grazie alla televisione, come ha scritto Tullio De Mauro, è anche vero che gli italiani avevano già familiarizzato da tempo con il proprio idioma grazie alle canzoni (se non ancor prima con l’opera lirica), che hanno offerto loro infinite occasioni di apprendere parole e modi di dire, la costruzione della frase e la consecutio temporum, l’uso corretto della grammatica e i florilegi della retorica. Le canzoni hanno da sempre funzionato come modelli anzitutto per la lingua parlata, prima ancora di essere un veicolo di valori, una fonte di emozioni, un’occasione d’intrattenimento. Che la canzone sia centrale nella cultura e la formazione di un popolo, era già chiaro a Dante, che nel De vulgari eloquentia la definiva “actio completa dictantis verba modulationi armonizzata”, cioè “opera compiuta da chi compone parole armonizzate al fine di una modulazione”. In altri termini, una breve composizione di testo e musica dove il testo viene prima della musica. Nel tempo i metodi di comporre sono cambiati e non sempre il rapporto fra testo e musica rispetta una rigida gerarchia, ma questo è poco rilevante. Quel che rimane è l’importanza delle canzoni nell’evoluzione e diffusione della lingua nazionale e dei dialetti.

La canzone italiana moderna nasce a Napoli

La canzone italiana moderna nasce a Napoli in pieno Ottocento e parla il napoletano, idioma che è riduttivo definire “dialetto”: al contrario, si tratta di una lingua ricca e variegata che vanta – come altri idiomi regionali - una propria tradizione scritta, fra letteratura, poesia e teatro. I primi autori di canzoni provengono da quella straordinaria fucina di talenti sfornata dall’editoria musicale napoletana a cavallo del secolo scorso: Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Valente, Armando Gill, E.A.Mario – fra i tanti - nella cui produzione è possibile rintracciare influssi dei poeti del loro tempo, da Pascoli a D’Annunzio a Gozzano. Ferdinando Russo, ad esempio, venne descritto da Carducci come “il moderno Poliziano, il continuatore della poesia eroicomica del Pulci e del Forteguerri”. La canzone in lingua nasce da una costola di quella napoletana: Santa Lucia, ritenuta la “prima” in assoluto (1848), porta infatti la firma dei napoletani Teodoro Cottrau (autore della musica) ed Enrico Cossovich, paroliere, che la “tradusse” nell’idioma nazionale. Fu la Grande Guerra a diffondere un canzoniere fatto di melodie popolari spesso riadattate con nuove parole: quello dei canti alpini e militari (spesso antimilitareschi) fu un grande esperimento linguistico che mise in circolazione tradizioni disparate, contribuendo a diffondere la lingua nazionale e creare una cultura di base dalle Alpi alla Sicilia.

Ma è solo con l’avvento della radio, negli anni Venti, che si forma un repertorio moderno: canzoni che, dal punto di vista della lingua, devono molto alla retorica melodrammatica e scontano un ritardo rispetto all’evoluzione della società italiana, anche rispetto alla poesia del primo Novecento. Formule e clichés abbondano, le rime inflazionate vanno di pari passo con l’abuso di parole tronche. Ferdinando Bideri, importante editore napoletano definì “stomachevole” la nuova canzone italiana (era il 1926) per via di tutti i suoi “visin, piedin, carin…”. Sarà così fino agli anni Cinquanta, quando la neonata televisione – con il Festival di Sanremo - ribadisce quella tendenza intimista e consolatoria che relegava la canzone “di massa” (ma ci sono importanti eccezioni) a un ruolo di retroguardia, se si guarda al cinema e alla letteratura di quegli anni. Tuttavia, il miracolo economico è alle porte e i tempi sono maturi per una svolta, anticipata da artisti come Renato Rascel, Fred Buscaglione, Renato Carosone e il Quartetto Cetra, che hanno con la canzone un approccio di tipo teatrale se non cabarettistico: spessissimo le loro canzoni sono delle brevi scenette con interventi parlati, rumori di scena, movimenti attoriali e un uso intelligente e critico della parodia. Favorita da fattori tecnologici (l’introduzione del disco a 45 giri, la stereofonia, la diffusione dei juke-box), economici (più disponibilità a spendere, dunque nuovi consumi voluttuari) e sociali (una nuova generazione che preme per farsi ascoltare), una diversa canzone prende il “volo”: a rappresentarlo è Domenico Modugno, che mette in pensione un approccio ormai inadatto a rappresentare i gusti correnti. Dietro di lui urlatori, cantautori, rock ‘n’ roll, cabaret e canzone impegnata inducono un cambiamento epocale che comporta un uso dell’italiano più vicino al parlato, dove domina la prima persona singolare; sentimenti ed emozioni vengono espressi con termini e frasi lontane dai toni aulici del passato, ciò che peraltro il repertorio di tradizione orale ha sempre utilizzato. E una lingua “vera”, che riproduce modi e suoni del discorso quotidiano, nella quale il pubblico – anzitutto quello giovanile – si riconosce all’istante. Questa seconda fase coincide con il successo di Lucio Battisti e del suo paroliere Mogol, la cui responsabilità nell’affinare un “italiano moderno” non può essere sottovalutata. Presto si delinea una tendenza ad approfondire la ricerca linguistica, di cui si fanno protagonisti i cantautori della seconda generazione (anni Settanta e Ottanta) con l’uso di un linguaggio allusivo, ellittico che evoca crepuscolarismo ed ermetismo. La breve stagione del “rock demenziale” insiste invece sul metalinguaggio e la parodia esagerata, riesumando una propensione al calembour che era già di autori funambolici come Ettore Petrolini e Rodolfo De Angelis. Negli anni Novanta prende piede la canzone dialettale d’autore, sulla scia di una più generale riscoperta dei dialetti e delle identità locali. Così gli italiani (ri) scoprono la ricchezza di vernacoli in grado di offrire sonorità, soluzioni metriche e ritmiche assai più ampie dell’idioma nazionale. Il terzo millennio vede la canzone italiana confrontarsi sempre più con prodotti internazionali, che assimila e restituisce in modi spesso originali. Se nei primi anni Sessanta aveva fatto sensazione l’anglo-italo-napoletano di Peppino Di Capri (parto della convivenza fra le basi NATO a Napoli e un fiorente turismo internazionale nelle località del Golfo), oggi il rap, la trap e le molte varianti di un sound e un format globalizzati attecchiscono in modo “naturale” grazie alla diffusione della lingua inglese presso le nuovissime generazioni, ai social network e alle tecnologie mobili. La canzone italiana si arricchisce di termini ed espressioni mutuate da gerghi in continua evoluzione, dalla pubblicità ai videogiochi, di onomatopee e turpiloquio, all’insegna di un multilinguismo che privilegia certo l’inglese ma non esclude termini spagnoli oltre che dialettali. Il verso, che già i cantautori avevano “liberato” da obblighi metrici, muta in lunghe sequenze che rimandano più al “recitar cantando” che all’alternanza di strofa e ritornello tipica della canzone classica.

PLAYLISTS LINGUA E CANZONE

Pur nella varietà di espressioni che si sono succedute nel corso di un secolo e più, “il linguaggio della canzone ha potuto precorrere, ora riflettere ora assecondare, la lingua degli italiani per funzionare come grande trasmettitore culturale”. Anche grazie alle canzoni, scrivono i linguisti Lorenzo Coveri e Pierangela Diadori, “al loro potere evocativo, si è potuto costituire un patrimonio linguistico e culturale condiviso, un serbatoio di memoria collettiva che fa sentire tutti italiani, al di là delle differenze regionali, generazionali, sociali, culturali, parte di una medesima comunità”.

Non “sono solo canzonette” dunque: oggi la canzone non è più vista solo come evasione o intrattenimento, né è monopolio della critica musicale o della musicologia. Da tempo è stata presa in considerazione dagli storici in quanto fonte importante per leggere le evoluzioni della società italiana, dai linguisti per cogliere i mutamenti della lingua, è diventata ingrediente delle antologie letterarie nella scuola dell’obbligo e contribuisce a rafforzare l’efficacia nella didattica dell’italiano per stranieri. Con questo “speciale” dedicato ai rapporti fra lingua e canzone e in particolar modo all’uso “poetico” della parola nel contesto canoro, abbiamo selezionato alcuni percorsi in forma di playlist che ne documentano alcune declinazioni a partire dall’influenza di Dante – nell’anno del 700° anniversario della morte – per finire con le canzoni di Pasolini, di cui nel 2022 ricorrerà il centenario della nascita.