Nella molteplice capacità delle canzoni di raccontare le cose del mondo e della vita il tema del lavoro occupa un posto preminente.

Del resto cosa fanno spesso le persone mentre lavorano? Cantano, e magari cantano canzoni che di lavoro parlano.

Sono le voci delle donne che difendono il diritto a lavorare soltanto otto ore, le voci delle mondine che salutano il signor padrone che le ha sempre maltrattate, sono le voci dei contadini e dei sottoposti che riempiono i canzonieri popolari dal Piemonte alla Sicilia, e persino canzoni che esaltano la nostalgia della propria patria come La porti un bacione a Firenze, Ma se ghe penso e Partono i bastimenti sono canzoni che parlano di lavoro, perché quella nostalgia è figlia dell’emigrazione, della necessità di trovare lavoro e di essere partiti da dove il lavoro non c’era.

Sono le voci dei personaggi della canzone d’autore, dall’emigrante spagnolo Pablo che cade per caso nella Svizzera verde di Francesco De Gregori, all’operaio Gerolamo di Lucio Dalla che da Torino passa a Milano e poi in Germania e poi a Nanterre, periferia di Parigi, a inseguirlo il lavoro, dalla fidanzata che ricorda il suo bel ragazzo portata sul palcoscenico di Sanremo da Anna Identici al muratore caduto per terra di Paolo Pietrangeli, uguale davanti a chi? Per che? Per chi? Sono le voci della Vincenzina di Enzo Jannacci che alla fabbrica vuole pure bene, sono il grido disperato, puro e semplice di Pino Marino che racconta di chi non ha lavoro e per paradosso non ha paura di perderlo, il lavoro.

Sono le voci dell’anonimo macchinista ferroviere di Guccini che usa il suo strumento di lavoro – la locomotiva – per un fatale e clamoroso gesto contro l’ingiustizia, del fidanzato disoccupato di Nina, la sua compagna incinta cantata da Gualtiero Bertelli, degli uomini cupi che hanno in tasca la speranza scesi dai treni del sud di Sergio Endrigo. Le voci del minatore sudato di Domenico Modugno, dell’anonimo naufrago nella Milano lavorativa ed efficiente di Paolo Conte, dei seminatori di grano di Gianmaria Testa, del supplente precario di Samuele Bersani.

Le voci che si uniscono insieme per celebrare la festa del lavoro, il nostro giorno, come cantava Giorgio Gaber, un giorno per chi vive nel lavoro, un giorno per chi spera nel futuro, un giorno per chi lotta con coraggio. Dedicato soprattutto a chi nel lavoro in questi giorni ci ha lasciato la vita, e che questo giorno non potrà più festeggiarlo. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari vada il nostro ricordo in questo 1° Maggio.